La questione del divorzio ci impone di tornare ai testi fondamentali. Un giorno una donna è andata dal Profeta affermando che non le piaceva il marito e che temeva di agire contro la morale. Muhammad le ha domandato se accettava di restituirgli l'equivalente della dote che suo marito le aveva versato al momento del matrimonio (si trattava di un giardino); ella disse di sì e furono quindi divorziati (in certe circostanze, e secondo certi giuristi, non è obbligata a rendergli la dote, a seconda se egli è nel torto oppure no).
L'idea di pensare che una donna non ha il diritto di separarsi o di chiedere la separazione dal marito è falsa e non corrisponde agli insegnamenti dell'islam. Una donna può anche esigere che i suoi diritti riguardo alla separazione vengano chiaramente stipulati nel contratto di matrimonio. Evita così interpretazioni estese o l'applicazione specifica di una scuola di diritto che potrebbe, in una data situazione, essere più restrittiva di un'altra.

Il divorzio, tra le cose permesse, è la più detestata da Dio, ci dice una tradizione del Profeta. Non è dunque un atto da farsi con leggerezza, quasi gratuitamente, che ci si potrebbe permettere di fare senza ragione. E' un atto grave che per l'uomo come per la donna deve essere giustificato. Purtroppo oggi non è sempre così. E' ancora e sempre una questione di educazione.
Gli uomini del resto non sono da meno e i casi di divorzio, di talaaq secondo il termine arabo, rivelano da parte di questi ultimi esagerazioni con trattamenti assolutamente discriminatori e disumani nei confronti della sposa. Certi uomini credono veramente che tutto sia loro permesso e del resto già 'Umar, il secondo successore di Muhammad, aveva dovuto intervenire perché gli uomini pronunciavano la tripla formula del divorzio in modo sconsiderato. Bisogna riconoscere queste gravi deviazioni e rimediarvi al più presto con un doppio lavoro: educazione degli uomini e delle donne riguardo ai loro rispettivi doveri e responsabilità nel matrimonio e in seno alla famiglia, e promovendo riforme legali che, per tappe, permettano di lottare contro le discriminazioni e i maltrattamenti che subiscono le donne, tanto sul piano del diritto come su quello puramente fisico.
Bisogna anche aggiungere che, nelle società a maggioranza musulmana, il matrimonio non riguarda solo due esseri. E' il matrimonio di due esseri e l'unione di due famiglie. La donna musulmana mantiene il legame con la propria famiglia e non prende mai il nome di suo marito. Ciascuno conserva la propria identità e inoltre resta legato alla sua famiglia d'origine. La cosa vale per il matrimonio come per il divorzio: lasciare la moglie o il marito, significa ritrovare la propria famiglia. Non ci si ritrova mai completamente soli.
L'applicazione del diritto deve anche tener conto delle realtà del contesto sociale nel quale si concretizza. E' oggi un problema profondo, poiché le strutture sociali e familiari delle società musulmane subiscono gravi disfunzioni a causa della povertà, delle condizioni di vita, delle famiglie smembrate. Spesso in casi di separazione, la donna si ritrova sola, isolata, con a carico molti bambini. Non si può in questi casi plateali nascondersi dietro un'applicazione letterale dei principi della giurisdizione islamica perché allora si sosterrebbe un'ingiustizia.